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Juliette – capitolo 28
Marcel Dubois si svegliò prima della sveglia. Erano le sette e trenta.
Aprì gli occhi, sbadigliò e, ancora disteso, girò lo sguardo verso la finestra.
Novembre. Il cielo era una lastra opaca di grigi cupi, plumbei, quasi antracite.
Un chiarore d’acciaio faticava a filtrare e rendeva tutto più cupo, più pesante.
La notte prima aveva lavorato fino a tardi al portatile sulla bozza del nuovo libro.
La maledizione di Juliette stava finalmente prendendo forma: l’incubo segreto di quel villaggio.
Le ossa gli dolevano ancora per la pioggia e il vento del giorno prima, che aveva sopportato come un martirio.
Non aveva nessuna voglia di alzarsi
La giornata si annunciava greve come la precedente, e ancor più pesante per quello che lo aspettava. Alle dieci doveva incontrare Annette Descamps.
Insieme avrebbero ispezionato la casa del defunto Lucas Moreau, in cerca del dossier su Juliette redatto da Adrien Martin.
Si costrinse a tirare fuori i piedi dal letto.
Rabbrividì. La stanza si era raffreddata durante la notte e l’assito del pavimento era umido e ruvido sotto le piante.
Si cacciò in bagno e spalancò al massimo il rubinetto dell’acqua calda.
La doccia bollente quasi lo scorticò vivo, ma lo rimise in piedi.
Si vestì di fretta, indossò il field jacket come un bardatura da lotta armata, e uscì dalla camera già divorato da ciò che lo aspettava fuori
- Buongiorno, monsieur. Dormito bene?
René lo fissò dalla reception con quel suo sorriso di cera.
- Buongiorno, René. Diciamo che ho chiuso gli occhi. Il resto è stato un litigio con il materasso.
- È mattiniero oggi. Colazione?
- Solo un café noisette. Niente altro. Devo uscire.
- Subito. Si accomodi. Glielo porto in sala da pranzo.
René gli posò la tazza davanti e, con tono indifferente, chiese: - È il lavoro che la butta fuori a quest’ora, monsieur?
- Hai indovinato. Ho quasi raccolto tutto il materiale che mi serve per la storia.
- Bene. Ne sono contento.
Il sorriso di René era una lama piegata.
- Speriamo, René. Ancora poco e il quadro sarà completo.
- Sì. Speriamo, monsieur. Sarà un romanzo di successo.
Il sorriso si allargò. Gli occhi dicevano un’altra cosa.
Fuori, Marcel caricò la pipa e, proteggendo la fiamma dall’aria gelida e smossa, l’accese con un paio di boccate corpose.
Il cielo era un soffitto di nuvole scure; una nebbia bassa offuscava lo spiazzo del B&B, chiudendo il paesaggio in un guscio ovattato.
Cercò le chiavi nella tasca del giubbotto e si diresse verso l’Alfa Romeo Spider.
Mentre si avvicinava ebbe la netta impressione che la scocca fosse più bassa del solito.
Gli occhi scesero subito alle ruote.
I due pneumatici di quel lato erano completamente sgonfi: i cerchioni poggiano a terra.
Aggirò l’auto in fretta. Stessa cosa dall’altra parte.
Tutte e quattro le spalle delle gomme portavano una profonda incisione dal fianco al battistrada.
“Cazzo”. Qalcuno gli veva tagliato le ruote.
L’aria della cucina di L’Amarrage non era mai veramente calda.
Nemmeno quando i fornelli andavano a tutto vapore. Il vento del Canale entrava comunque dalle fessure delle finestre alte e strette, portando con sé odore di salsedine e di pioggia che non finiva mai di cadere.
Si mescolava al grasso bruciato della carbonnade, al vapore denso delle pentole e a quello più aspro del detersivo industriale che non riusciva mai a coprire del tutto il sentore di rame e di cibo vecchio.
La luce era sempre la stessa: grigia, filtrata dai vetri appannati, come se il giorno fuori fosse già sera.
Le piastrelle del pavimento restavano umide anche dopo averle asciugate; il freddo saliva dalle lastre di pietra e si attaccava alle caviglie.
Ogni tanto, dal cortile sul retro, arrivava il verso rauco di un gabbiano o il tonfo lontano delle onde contro i frangiflutti, ma dentro restava solo il gocciolio intermittente del rubinetto e il raschiare metallico della paglietta sulla padella.
Il rame, quando era sporco di grasso carbonizzato, aveva un odore particolare: dolciastro e acre insieme, che restava sotto le unghie e nelle pieghe delle mani.
Alan lo conosceva bene. Era l’odore di tutte le sere in cui chiudeva per ultimo, quando la sala era già spenta e Gaspard aveva spento anche le luci del bancone, lasciandolo solo con il ticchettio del frigorifero e il respiro lento della vecchia cappa aspirante.
Fuori il cielo non si decideva mai a schiarirsi del tutto.
Dentro, la cucina assorbiva quella stessa indeterminatezza: né giorno né notte, né caldo né freddo vero.
Solo umidità, grasso e la sensazione che il tempo, lì dentro, non avanzasse ma si accumulasse, strato dopo strato, come la fuliggine sulle pareti.
Alan Caron aveva ventidue anni e faceva il cameriere da quattro anni in quel locale, ma era stufo.
Gaspard, il padrone, lo sfruttava come tutti gli altri che lavoravano per lui.
Servire in sala, fare le pulizie, accudire ai bisogni dello chef quando cucinava, fare le commissioni per la padrona, correre da destra a manca come una trottola.
Senza limiti d’orario e giorni di riposo col contagocce, per una miseria di paga settimanale.
Mai un centesimo di gratifica, anzi quel lavoro dato come carità, quasi fosse un’elemosina concessa a un pezzente sulle gradinate della chiesa.
Ma quello che odiava maggiormente era di dover fare lo sguattero in cucina, sfregare e lavare pignatte, piatti e padelle.
- Alan. Hai finito là dietro?
La voce rauca e dispotica di Gaspard gli arrivò dalla sala.
- Ho quasi finito, monsieur Gaspard. Ha bisogno di me?
- Certo, imbecille. Mica ti chiamo per sapere come stai. Il bancone è pieno. Muoviti. Alan si asciugò le mani sullo strofinaccio, tolse il grembiule macchiato e indossò quello pulito della sala.
Due minuti dopo era già dietro al bancone, a fronteggiare la ressa delle ordinazioni.
Gaspard aveva l’aria di chi cercava comunque un motivo per arrabbiarsi.
Cazzo aveva da lamentarsi, col locale pieno di gente che gli riempiva la cassa e le tasche di franchi come il forziere di un usuraio.
Pensò che ne aveva piene le scatole di Gaspard e di quella osteria.
Il problema era che in quello sputo di paese non esistevano alternative: o facevi quello, o andavi a pescare.
E lui odiava la pesca, odiava quella vita di merda.
Suo padre era un pescatore.
Quando Alan aveva dieci anni, con la pesca ci facevano la fame.
Dodici anni dopo le cose non erano cambiate granché.
Il villaggio stentava; un po’ di ossigeno arrivava solo d’estate, con i turisti, ma era un placebo sulla piaga.
Alla fine il padre aveva ceduto la barca e si era imbarcato su un grosso peschereccio d’altura inglese, oltre la Manica.
A Hull, in quegli anni, le compagnie offrivano una paga base più una percentuale sul pescato.
Erano i tempi dei Three-Day Millionaires: tornavi dopo tre o quattro settimane nei mari artici, con i contanti in mano e per tre giorni eri ricco. Poi ripartivi. Per un piccolo pescatore francese poteva sembrare la salvezza.
Poi, dopo qualche anno, era successo. Una notte era sparito.
Qualcuno l’aveva visto per l’ultima volta fumare, poggiato alla murata di poppa.
Lo cercarono in ogni angolo della nave; alla fine capirono che doveva essere finito in mare.
Dissero che forse aveva esagerato col Bunnahabhain per scaldarsi — un whisky di quasi settanta gradi.
Su quella zona di poppa trovarono solo un vecchio straccio consunto e sfilacciato, zuppo come se l’avessero pescato dall’acqua.
Qualcosa che un tempo era stata un’ampia, lunga, sciarpa nera da donna.
- Muoviti con quelle birre per il tavolo in fondo, ragazzo – gli urlò Gaspard nelle orecchie. - Oggi sembri dormire in piedi.
«Fanculo, vecchio rincoglionito», pensò mentre riempiva quattro boccali, li sistemava sul vassoio e si avviava tra i tavoli.
Doveva andarsene da quel villaggio di miserabili.
Sarebbe sceso al Sud, in Costa Azzurra, lontano da quel tempo di merda: vento e pioggia per più di sei mesi all’anno, e quando non pioveva una nebbia spessa e umida che ti intirizziva fino all’osso e ti gelava le chiappe.
Sognava Villefranche-sur-Mer, Cap d’Antibes, Port Grimaud.
Il sole, il caldo, magari un posto da cameriere in uno di quei locali per ricchi davanti alle spiagge dorate del Midi, tra clienti raffinati e belle donne eleganti.
Il muro tra quella vita e la sua erano i debiti di gioco.
Era in mano al clan della “communauté des gens du voyage”, gestivano il gioc d'azzardo su tutta la costa, gente che non scherzava.
Se non pagavi, ti ripescavano con la gola tagliata in qualche baia deserta.
Aveva cominciato a giocare per realizzarsi quel sogno. Aveva perso.
Gli avevano fatto credito perché continuasse, e non si era mai rifatto.
Gli avevano preso anche la casa lasciata dai genitori: una casupola che non era bastata a coprire il debito.
Lo lasciavano vivere lì, ma ogni mese si portavano via due terzi di quello che Gaspard gli dava.
Stava quasi alla fame. Doveva trovare il modo di saldare tutto.
Solo allora avrebbe potuto regalarsi un’altra vita.
(Continua)